motore di ricerca
Diventa Fan su Facebook
cataloghi novità - Piemonte - Monferrato - Asticataloghi editorischede autorinotizie2022 Promozioni
Alcune proposte
IL DIVANO DI MATISSE
POSTFAZIONE

STADI DELLA CONOSCENZA NARRATIVA
di Arnaldo Colasanti

Uno. Se ci credessimo ora insieme a Ismaele nella melvilliana Locanda del Baleniere ipnotizzati ad osservare uno strano quadro nascosto nell'ombra, saremmo sicuri d'aver trovato un titolo possibile anche per questo romanzo: "il Mar Nero in una burrasca notturna". D. divano di Matisse è quel quadro che ossessiona: un mare screziato; una scrittura che stenografa svenimenti e faglie del pensiero. Il romanzo sembra la versione più perturbante e insieme forte di ciò che lo stesso autore, Giulio Cottini, ci segnala come effetto Metzger: "percepiamo in maniera diversa a seconda della diversità delle sorgenti luminose". Per leggere, occorre un corpo mentale abituato al buio, al lampo che abbacina, all'emergenza della necessità. Va inteso fin da subito che il lettore dovrà cambiare i punti di vista. Il comando ad Esmeralda è perentorio: "Venga qui, la prego, si segga accanto a me; suvvia si guardi allo specchio e mi dica cosa vede." Ecco, guardiamoci dentro uno specchio e cominciamo a narrare cosa si vede. Lo specchio, però, non riflette niente: non è una consolazione, è una lastra nera, è il mare in burrasca. Un muro che cambia e inghiotte, come fosse un buco nero: eppure è da qui che dobbiamo guardarci e provare a vedere il mondo.
Sorprende il passo pittorico di questa scrittura: il ritmo delle forme sulla tavola. I personaggi dell'albergo Trepasser hanno nomi strani, sembrano deliri o arcate gotiche. Si confondono con gli insetti oppure con le mimose precoci dell'inverno. Un bambino vecchio, una figlia derelitta. Palacios, dolicocefalo, Clotilde, la visionaria; e quel buffone sapiente di Vogel, pizzo e sapiente quanto lo fu Wiles con la teoria dei numeri del principe dei dilettanti, il matematico Fermat. Ovunque connessioni, allusioni, piccole ferite di lametta sulle sillabe del racconto. Se i gigli di S. Antonio invadono la scena odorosi come ambra lungo fili di ruggine, se questi gigli, a ben vedere, appaiono per una riga anche se tu che leggi li hai percepiti per pagine e pagine fino al conato, allora è naturale pensare che la norma del delirio, che la tensione sfinita in un'aria di schianto siano naturalmente il passo increspato della pittura di Giulio Cottini. In questa pagina densa e urticante (la vera "camera oscura"), si stringono dunque tutte le creature del mondo (fossero una conchiglia monovalva, la cavalletta mecomena, la "terra come una palla di plastica morchiosa") a ciò che, poi, non è animato e che è affidato alla memoria (sapori, contorcimenti, le minute smorfie dentro la scrittura), come un'equazione senza soluzioni, come un disordine antieuclideo.
Sorprende la pura alterità del racconto. Cottini scrive per rimozione lungo i livelli delle catastrofi. La filigrana della sua scrittura è una minuta, perfetta canalizzazione della luce che persiste invisibile nell'ombra. Anche la rimozione è una profonda impronta di memoria. La pagina ricorda tutto, mette in scena personaggi finti insieme a personaggi veri - per quanto resti comunque impossibile, a chiunque, discernere il possibile meccanismo di una tavola della verità. Anzi, l'ambizione lette: raria del romanzo è proprio quella di trovare una retorica del possibile nel luogo più isolato dell'impossibile. E già la prima chiave di quest'ambizione è una domanda senza uscita. Esiste un rapporto reale tra Schopenhauer, Heidegger, il Cid, i consigli di Husserl o di Stifter e quelli oscuri di Isenheim, del Monsignor Dyllon o del Conte Kalckreuth?
[..]
INDICE

I. Ha reclinato la testa e lontano si sono scurite
II. La cena è divenuta una consuetudine
III. La cena davvero è divenuta una consuetudine
IV. Riprendemmo il cammino lungo il sentiero
V. La cena ha luogo nel ristorante sulle colline
VI. Dovessi risalire alle cause prime del mio male
VII. Quando quel venerdì di agosto arrivai
VIII. Quell'ormai venerdì notte dunque salii
IX. Soltanto verso il mattino l'ombra uscì
X. Clelia ricomparve soltanto a pomeriggio inoltrato
XI. Quella sera, per gli impegni mondani
XII. La recita, dai tre colpi sull'assito
XIII. Non c'è luogo più vivo in questo freddo maniero
XIV. Oramai sulla soglia del sonno
XV. «Professor Isenheim! Che ne è dei suoi
XVI. Il ritardo con il quale venne consegnata la lapide
XVII. Nella hall del Grand Hotel Trespasser
XVIII. Veletta, così l'ho chiamata
XIX. Quando ha "messo ordine" nello stipetto
XX. Noi tutti della maison dei Palacios
XXI. Per necessità di cose l'oggetto della mia indagine
XXII. Oramai lontanissimo ci giunse ancora
XXIII. Prossimi al cimitero, del quale già s'intravedevano
XXIV. Piano, senza far rumore
XXV. «Sin qui abbiamo sempre parlato soltanto
XXVI. Giungemmo infine al ristorante
XXVII. La cena procedeva stenta
XXVIII. Cercai Palacios, lo scorsi in lontananza
XXIX. Il professore Bloomenthal fu tra i primi
XXX. I due, Bloonienthal ed Esmeralda
XXXI. Sulla piccola loggia che gira tutt'intorno
XXXII. Quel riparo ottenuto a scapito della lobby
XXXIII. Già il mattino presto del giorno dopo
XXXIV. Ad onor del vero la casa
XXXV. Ma presto i commensali
XXXVI. In un grande generoso disordine
XXXVII. Il cancello della grande casa

POSTFAZIONE
Stadi della conoscenza narrativa di Arnaldo Colasanti




Giulio Cottini

IL DIVANO DI MATISSE

editore PIERALDO
edizione 2013
pagine 478
formato 12x17
brossura con alette
tempo medio evasione ordine
2 giorni

15.00 €
9.90 €

ISBN : 978-88-968-3413-8
EAN : 9788896834138

 
©1999-2024 Tutti i diritti riservati
Via Brofferio, 80 14100 Asti - Piemonte - ITALY
Cell +39 3490876581
Spedizioni corriere espresso in Italia e in tutto il mondo
Riceviamo in sede su appuntamento
P.IVA 01172300053 - Cod.Fisc. BSSVCN50C23B425R - REA AT-93224
ebussi50@gmail.com